L’artrosi rappresenta l’affezione articolare più comune in occidente: per il polso rappresenta l’8% di tutte le localizzazioni dell’arto superiore (la rara artrosi primaria e la frequente artrosi secondaria che consegue a traumi o malattie metaboliche); è la mano però il distretto più colpito (dal 6 al 20% nel giovane adulto, fino all’80% nell’anziano). L’artrosi consiste nella progressiva degenerazione e riduzione dello spessore della cartilagine articolare che rappresenta una sorta di cuscinetto di scorrimento che permette alle articolazioni di muoversi senza l’attrito tra le ossa. Per eseguire una diagnosi oltre ai segni e sintomi tipici (che si verificano con una accurata visita clinica) occorre eseguire una radiografia dei polsi o delle mani e, solo in un secondo momento, eventuali ulteriori accertamenti come la TAC o la RMN.
A livello del polso la forma più frequente è quella che consegue un trauma. I traumi possono essere rappresentati da fratture articolari del radio distale guarite non perfettamente o con un plus ulnare residuo (la testa dell’ulna va a creare un conflitto con il carpo), lesioni legamentose con instabilità cronica dell’articolazione radio-ulnare distale, lesioni legamentose con squilibri della biomeccanica del carpo e usura della cartilagine articolare (lesioni del legamento scafo-lunato, luno-piramidale, lussazioni perilunari del carpo), fratture non guarite – la cosiddetta pseudartrosi (PSA) – di scafoide che possono portare ad un quadro progressivo di artrosi di polso invalidante.
Tra le cause non traumatiche si annoverano gli stadi avanzati del Morbo di Kienbock (una osteonecrosi idiopatica del semilunare) che porta ad un collasso carpale e squilibrio della funzionalità tra prima e seconda filiera del carpo; le malattie metaboliche come la condrocalcinosi e la gotta.

A livello della mano le articolazioni più interessate sono le interfalangee distali (IFD), le interfalangee prossimali (IFP) e la base del pollice (rizoartrosi). Più raramente vengono colpite le metacarpofalangee (MF). A differenza del polso, nella mano l’artrosi primaria è molto più frequente e la cosiddetta artrosi erosiva delle dita è molto evidente man mano che aumenta l’età con la progressiva formazione dei noduli artrosici di Heberden (alle IFD) e di Bouchard (alle IFP) che deformano completamente le dita coinvolte.


Quali sono i sintomi?

I sintomi tipici sono il dolore profondo e struggente, che è più intenso al mattino, subito dopo il risveglio, e si acuisce durante particolari movimenti del polso o della mano o durante l’attività manuale; gonfiore/tumefazione più o meno marcato; riduzione della mobilità articolare fino alla rigidità delle articolazioni interessate.

Come si curano?

L’artrosi di polso ha trattamenti diversi a seconda della gravità di degenerazione articolare, della motilità residua dell’articolazione, dell’età del paziente e delle sue richieste funzionali. Tendenzialmente si può iniziare con un trattamento conservativo con tutori, fisioterapia strumentale antalgica e farmaci antinfiammatori. Col peggioramento dei sintomi si può arrivare ai trattamenti chirurgici: denervazione del polso (per togliere il dolore senza intervenire sulle ossa), resezione della prima filiera del carpo (con o senza impianto di protesi di capitato o artroplastiche di interposizione con lembo di capsula articolare), artrodesi parziali che permettono ancora una parte di movimento (artrodesi dei 4 angoli o artrodesi radio-scafo-lunata le più frequenti) o totali di polso (con cui si toglie definitivamente il movimento e, quindi, il dolore). L’alternativa all’artrodesi di polso è rappresentata dalle protesi di polso che consentono di mantenere una quota di movimento articolare senza dolore ma non permettono di fare grossi sforzi e lavori manuali con carichi importanti per limiti strutturali legati anche alle piccole dimensioni di queste protesi rispetto a quelle di articolazioni più grandi come anca e ginocchio. Per i pazienti più giovani e con richieste funzionali importanti sono, quindi, preferibili trattamenti non sostitutivi come la resezione I filiera o le artrodesi; per i pazienti più anziani e con minori richieste funzionali (ma ancora una buona qualità ossea) si può prendere in considerazione l’impianto di una protesi totale di polso.

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Anche per l’artrosi della mano il primo trattamento è incruento come per il polso; e anche in questo caso le variabili legate al paziente e alle sue richieste funzionali influenzano l’indicazione chirurgica che risente anche di quale specifico distretto anatomico risulta colpito. Per le articolazioni IFD, infatti, il trattamento di scelta è l’artrodesi ossia il blocco dell’articolazione in una posizione funzionale (in semiflessione) con la fusione delle ultime due falangi in una sola unità, mentre per le articolazioni IFP le opzioni chirurgiche possono essere l’artrodesi, la sostituzione protesica (soprattutto per le donne e per le dita centrali, cioè medio e anulare). In alcuni casi si possono eseguire delle artroplastiche della base della falange intermedia con tessuti molli limitrofi (la placca volare) o con una parte di un osso della mano (uncinato carpale). Nei più rari casi di artrosi delle articolazioni MF raramente si procede all’artrodesi (perché limita notevolmente la funzionalità del dito coinvolto) ma si procede all’impianto di protesi sostitutive. Infatti sia le metacarpofalangee (MF) che le interfalangee prossimali (IFP) sono articolazioni che possono essere sostituite con successo per preservare un certo range di movimento, con conseguente miglioramento della funzionalità e dell’aspetto della mano. Tuttavia essendo piccole articolazioni e, di conseguenza, piccole protesi occorre che ci siano i tessuti molli circostanti (soprattutto i legamenti collaterali e la capsulare articolare) in buone condizioni. Queste protesi non possiedono una propria stabilità come quelle di ginocchio o anca.

Cosa aspettarsi dopo la terapia?

Dopo un trattamento chirurgico per artrosi del polso o della mano bisogna aspettarsi una riduzione del dolore con una buona capacità di ripresa delle normali attività quotidiane (anche quelle lavorative) generalmente abbinata ad una diminuzione del movimento residuo. Va tenuto presente, tuttavia, che la riduzione o il blocco definitivo della motilità del polso e delle articolazione IFD delle dita sono generalmente ben tollerati e, con la scomparsa o netta diminuzione del dolore, permettono una ripresa della funzionalità e della forza di presa. Dopo un impianto di protesi di polso o delle articolazioni IFP o MF delle dita occorre aspettarsi il miglioramento del dolore, una discreta capacità di movimento (che non torna però come quello di un’articolazione normale) e una buona funzionalità globale della mano dovendo, però, fare attenzione a limitare gli sforzi e i carichi.

Quando può essere ripresa una vita normale?

Le tempistiche post-operatorie variano molto a seconda del tipo di trattamento eseguito. Tendenzialmente interventi che non prevedono una “guarigione ossea” come la resezione della prima filiera del carpo o un impianto di protesi al polso o nelle dita della mano permettono una mobilizzazione più precoce (dalle 2 alle 4 settimane post-operatorie), mentre le artrodesi (parziali o totali) che richiedono una consolidazione tra le ossa coinvolte vengono di solito immobilizzate per un periodo più lungo (fino ai 3 mesi con tutori dedicati).
In ogni caso con l’utilizzo di tutori custom made poco invasivi si riesce a proteggere esclusivamente il dito coinvolto senza immobilizzare tutta la mano mentre i tutori di polso mantengono le dita libere e, quindi, la possibilità di muoverle ed utilizzarle con cautela in tempi rapidi. Ovviamente la ripresa dell’attività lavorativa dipende da quale tipo di lavoro si tratta e di quali sforzi e carichi vengono richiesti.

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